Integrazione di vitamina D: guida pratica per i soggetti sani

L’integrazione di vitamina D è cresciuta esponenzialmente negli ultimi anni, diventando uno degli argomenti più dibattuti nel mondo della salute. Vari professionisti e istituzioni, infatti, forniscono indicazioni apparentemente contraddittorie, assumendo non raramente posizioni radicali a favore o contro questa strategia

Conosciuta anche come “la vitamina della luce solare” (the sunshine vitamin) per via dell’alta produzione da parte della pelle in risposta all’esposizione al sole, l’integrazione merita un approfondimento alla luce delle informazioni contrastanti e della potenziale utilità per la popolazione generale e i soggetti sani.

L’articolo fornisce un approfondimento sugli utilizzi dell’integratore di vitamina D per una serie di benefici nei soggetti sani, trattando le dosi ottimali, gli eccessi, le modalità, le sinergie. Si pone un particolare accento sugli sportivi e sugli effetti su performance e composizione corporea, sulla base della ricerca recente.

Cenni generali

La vitamina D può essere riferita a diverse molecole imparentate, anche se non tutte sono realmente delle vitamine. Alcune isoforme sono considerate come ormoni, altre come preormoni, altre come provitamine, e solo alcune di esse come vitamine.

Quelle a cui ci si dovrebbe riferire come nutrienti – vitamine in particolare – sono la vitamina D2 (ergocalciferolo) e la vitamina D3 (colecalciferolo), anche se secondo alcuni quest’ultima sarebbe l’unica forma che bisognerebbe considerare nell’alimentazione (1). Rispetto alla VD2, la VD3 è molto più bioattiva, più stabile, più resistente alla cottura, molto più efficace, nonché molto più presente negli alimenti (1,2). L’integrazione di VD2 sembra addirittura abbassare i livelli di VD3 aumentandone la clearance (3).

Il vero e proprio ormone invece è il calcitriolo (CT), un ormone steroideo (secosteroide) e metabolita attivo della VD3 convertito nei reni, che esplica le varie funzioni fisiologiche. Il calcidiolo (o calcifediolo) è invece un intermedio metabolico della VD2 e della VD3 convertito dal fegato, che è precursore inattivo dell’ormone CT, e come tale è riconosciuto come proormone (1).

Eccetto la VD2, tutte queste molecole sono prodotte endogenamente a partire dalla precorritrice VD3, prodotta soprattutto tramite l’esposizione della pelle alla luce solare, ma anche apportata in quantità modeste da diversi cibi animali. Nel cibo possono essere rinvenute anche tracce di VD2 e calcidiolo, che però sono ritenute discutibilmente importanti (1,4). 

Funzioni

Un’importante funzione della VD3 (o più precisamente, dell’ormone CT) è aumentare significativamente l’assorbimento intestinale di calcio e fosforo e il riassorbimento renale di calcio. Il CT controlla anche la funzione delle ghiandole paratiroidi, sopprimendo la secrezione del paratormone (PTH) da queste prodotto, con il fine di regolare i livelli di calcio nel sangue e nelle ossa (1).

Ma la molecola ha funzioni fisiologiche anche al di fuori del metabolismo del calcio e del fosforo, e i suoi recettori sono situati anche in molti altri tessuti, come i linfociti, il cervello e la pelle; essa stimola la produzione di insulina, modula la funzione dei linfociti T e B, e influenza la contrattilità miocardica (5).

La ricerca recente suggerisce un ruolo nella regolazione dell’umore (6) e del sonno (7), nel supporto del sistema immunitario (4), nella produzione di testosterone (8) e nella funzionalità muscolare (9), solo per citarne alcuni. 

La carenza di VD aumenta il rischio e la gravità di varie malattie croniche legate all’invecchiamento, diabete tipo 2, ipertensione, obesità, complicazioni della gravidanza, disturbi della memoria, osteoporosi, malattie autoimmuni, alcuni tipi di cancro e malattie infiammatorie (4).

Assorbimento e regolazione

Dopo l’ingestione, tra il 55 e il 99% (media 77%) della VD ingerita viene assorbita. L’assorbimento avviene via diffusione passiva (e dai trasportatori del colesterolo) dagli enterociti lungo l’intestino tenue. Da qui, la VD viene in gran parte impacchettata nei chilomicroni con altri lipidi (e in parte trasportata da una proteina, la VDBP), per poi entrare nella circolazione linfatica e raggiungere i vari tessuti, come ossa, intestino, pancreas, reni, paratiroidi, cervello e pelle (2,4).

Il 50% della VD3 per via orale viene assorbito dal fegato entro un’ora dall’ingresso nel flusso ematico (4). Come detto, la VD di per sé non è bioattiva, ma deve subire due processi di conversione (idrossilazione) per essere “attivata”. Il primo step di conversione avviene principalmente a livello epatico, dove la VD viene convertita in calcidiolo (il proormone nonché marker dello stato di VD). 

La seconda conversione avviene principalmente nei reni, trasformando il calcidiolo nella forma ormonale attiva, il calcitriolo (CT). Il corpo regola infine i livelli di VD attraverso la sua degradazione, che genera alcuni metaboliti escreti tramite urina e bile.

Il calcidiolo viene depositato principalmente nel tessuto adiposo e muscolare, che lo rilasciano soprattutto quando necessario. Queste riserve però non sembrano capaci di prevenire carenze nei periodi di scarsità (come nei mesi invernali) (4). Inoltre, anche se gli obesi depositano più calcidiolo nell’adipe, meno ne è disponibile per le funzioni biologiche, richiedendone maggiori quantità per mantenere livelli adeguati; quindi, gli obesi hanno fabbisogni di VD più elevati dei soggetti normopeso (2,5).

Fabbisogni generali

La Dose Giornaliera Raccomandata (RDA) di vitamina D per gli adulti sani è di 600 unità internazionali (IU) al giorno (0.015 mg/die), e 800 IU/die (0.02 mg/die) per gli anziani dopo i 70 anni (10), o nell’intervallo 400-800 IU/die (2). Queste raccomandazioni però si basano solo sulle funzioni relative al metabolismo del calcio, e non sulle funzioni complessive (2).

Altre istituzioni infatti ampliano l’intervallo a 400-2.000 IU/die (0.01-0.05 mg/die), a seconda di fascia di età, peso, etnia e area geografica (2). Quindi, non per tutti i soggetti sani gli RDA sono sufficienti, alcuni ne richiedono anche oltre 3 volte di più, e 2000 IU costituiscono il limite superiore del range raccomandato per quest’ampia popolazione.

Lo stato della vitamina D è comunemente stabilito misurando i livelli circolanti dell’intermedio calcidiolo (poiché ha un’emivita più lunga) (4,5):

  • Livelli ottimali: 30–50 ng/ml (75–125 nmol/l);
  • Insufficienza: 20–30 ng/ml (50–75 nmol/l);
  • Carenza: <20 ng/ml (<50 nmol/l);
  • Eccesso: >150 ng/ml (325 nmol/l);

 

In genere si raccomanda di controllare i livelli di calcidiolo almeno in primavera e in autunno, in maniera da capire se intervenire (5). La Endocrine Society ha recentemente messo in discussione l’affidabilità di questa misurazione poiché, dagli studi controllati randomizzati (RCT), non sono state osservate prove di benefici per la prevenzione di malattie (10).

Al contrario, numerosi studi di coorte prospettici e a randomizzazione mendeliana (i gold standard degli studi osservazionali) collegano livelli sierici più elevati (30-40 ng/mL) a vari benefici extrascheletrici. Inoltre, gli RCT osservano chiari effetti solo quando si corregge una carenza, ma molti studi la sperimentano su chiunque, falsando gli esiti. Per questo, le conclusioni della Endocrine Society sono state accusate da alcuni esperti di essere troppo conservative e di aver trascurato tali prove (11).

Vitamina D3 nel cibo

Come detto, nel cibo la vitamina D si trova in due isoforme differenti. Il regno animale produce la VD3, mentre quello non animale (perlopiù i funghi) produce la VD2. Il cibo, comunque, potrebbe contribuire per meno del 20% a soddisfare il fabbisogno di VD, ma considerata la carenza diffusa nelle popolazioni occidentali, rimane una fonte da non trascurare (4). 

Infatti, la VD è definita “vitamina” perché un apporto insufficiente con la dieta causa malattie da carenza (1), suggerendo che la sola produzione endogena, seppur potenzialmente molto abbondante, potrebbe essere insufficiente (2). Tranne eccezioni, nella dieta la maggior parte dell’assunzione avviene tramite cibi con un basso contenuto, ma che sono consumati regolarmente e in grandi quantità (4).

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  • Lorenzo Pansini

    Lorenzo Pansini è un formatore e divulgatore scientifico specializzato in nutrizione sportiva (ISSN-SNS, Barça Universitas) e biomeccanica applicata all'esercizio per l'ipertrofia. Per 5 anni, ha ricoperto ruoli di referente tecnico senior per l'azienda leader Project inVictus e ha collaborato con altre importanti realtà nazionali del settore. È citato e ospitato in numerose pubblicazioni e riviste di settore ed è autore del testo scientifico Body Comp Nutrition.

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