Effetto nocebo nell’alimentazione: i casi glutine e lattosio

Forse più che per altre materie scientifiche, la nutrizione vede una frequente distorsione dell’informazione causata troppo spesso dalle mode alimentari.

Mode e discipline “alternative” pongono le basi per una visione pseudoscientifica della nutrizione, che oltre all’ammaliante retorica trae parte della sua forza dall’aspettativa e quindi dall’effetto placebo, così facile da innerscare nelle persone. Ecco che il solo creare l’aspettativa tramite un’affascinante narrazione, provocando un effetto placebo porta chi lo sperimenta a scambiarlo come chiara dimostrazione di veridicità anche se così non fosse.

In ricerca l’effetto placebo causato dai cibi è spesso documentato, e purtroppo lo è anche nella sua espressione negativa, l’effetto nocebo. L’articolo riporta alcuni famosi studi che hanno documentato l’effetto nocebo in risposta ad alcune molecole oggi tra le più incriminate dalle mode nutrizionali, il glutine e il lattosio.

Effetto placebo/nocebo in breve

L’effetto placebo è definito come una reazione psico-fisiologica positiva determinata dall’aspettativa, che si manifesta a seguito dell’assunzione di una sostanza inerte, cioè che di per sé è priva di effetto sui sintomi riscontrati. L’effetto nocebo indica lo stesso principio nel senso negativo (1). In nutrizione l’effetto placebo può condizionare una moltitudine di risposte, come l’appetito, le risposte ormonali, il gusto, la performance fisica, e purtroppo anche effetti avversi.

Ovvero, se una persona è convinta che una sostanza presente in un alimento sia nociva, è possibile che sperimenti dei sintomi negativi concreti, sebbene questa sia di per sé innocua. In altre parole, la persona non riscontrerebbe alcun effetto collaterale nel caso non sappia di aver ingerito la sostanza, dimostrando chiaramente come l’aspettativa sia l’unica reale causa dei sintomi.

I cambiamenti delle proprie scelte alimentari possono essere implicati in tutto questo. Se ad esempio si fosse convinti che un alimento o la dieta abitualmente consumati siano problematici o la causa del loro problema di salute, la loro eliminazione può comportare un effettivo miglioramento psico-fisico causato dalla sola aspettativa, anche se non fossero la reale causa del problema. Tutto questo è purtroppo enfatizzato dai canali mediatici quali TV, internet, social media, e figure più o meno sanitarie ma non specializzate in nutrizione (2).

Il caso del glutine

Il glutine è probabilmente il caso più emblematico di relazione tra mode alimentari e effetto nocebo. Il glutine ingloba in realtà una vastissima classe di proteine presenti in meno di metà dei cereali (graminacee) esistenti, tra i più rappresentativi il grano e le sue varianti (come il farro o il Kamut®), l’orzo e la segale.

Mentre la prevalenza della più grave celiachia è del 0.5-1% nella popolazione generale, le stime sull’intolleranza al glutine non-celiaca (NCGS) variano tra 0.16 e 13%, un’imprecisione spiegata dall’assenza di chiari criteri diagnostici (3).

Almeno dagli anni 2000 ha iniziato a crescere esponenzialmente la moda del gluten-free (cibi privi di glutine), sebbene ciò non fosse giustificato da un aumento dell’incidenza o della diagnosi di disturbi legati al glutine (4). Questo trend ha portato molti percepire il gluten-free come più “sano” della controparte, nonostante la totale assenza di disturbi (4,5) (il bias cognitivo detto effetto alone di salubrità). 

Oltre alla distorta percezione di salubrità, in ricerca continuano ad accumularsi casi di effetto nocebo indotto da glutine, scambiato dalle persone come NCGS (6-8). Una famosa ricerca riportò che solo ¼ dei 147 soggetti che si erano auto-diagnosticati NCGS ne erano veramente colpiti (9). Inoltre, chi si auto-diagnostica NCGS può accusare peggiori sintomi gastrointestinali se crede di aver ingerito glutine rispetto a credere di non averlo fatto, che lo abbia effettivamente ingerito o meno (10). Ciò conferma che l’effetto nocebo è un’importante causa dei sintomi avversi sia in chi solo crede di avere NCGS, che in chi lo ha effettivamente.

Il caso del lattosio

Il lattosio è uno zucchero presente in gran parte dei latticini, tranne in formaggi stagionati, yogurt a lunga fermentazione, o semplicemente prodotti delattosati (in cui il lattosio viene scomposto nei suoi monosaccaridi). Da precisare che pur essendo chimicamente uno zucchero, il lattosio non rientra in quegli zuccheri che le linee guida suggeriscono di limitare, ovvero gli zuccheri liberi e gli zuccheri aggiunti (11).

L’intolleranza al lattosio è molto più comune dell’intolleranza al glutine (e ancora più della celiachia), ma l’incidenza è estremamente variabile e molto dettata dall’etnia, abbassandosi fino al 10% in alcune popolazioni del Nord Europa, o arrivando fino al 90% per quelle del Sud-est asiatico (12,13).

Anche per questo zucchero è nata recentemente la moda del lactose-free. Proprio come per il gluten-free, molte persone percepiscono il lactose-free come più “sano” della controparte, e per questo sono disposte a pagare di più per acquistare i latticini con questa caratteristica (14-16) (ancora, effetto alone di salubrità).

Come intuibile, anche per il lattosio è stato osservato un effetto nocebo, anche se ciò è stato studiato apparentemente da un’unica ricerca. Nello studio emerse che il 44% (12 su 27) delle persone non-intolleranti e il 26% (14 su 54) di quelle intolleranti al lattosio accusavano sintomi gastrointestinali quali dolore addominale, gonfiore e gas, dopo la somministrazione di lattosio “finto” (17). Ciò conferma che anche in questo caso, l’effetto nocebo si può manifestare facilmente sia in chi è effettivamente intollerante, ma anche in chi solo crede di esserlo.

Conclusioni

Le mode alimentari oggi molto enfatizzate da canali mediatici, discipline sanitarie “alternative” (spesso pseudoscientifiche), e purtroppo anche correnti mainstream, sembrano esacerbare su larga scala un effetto nocebo, oltre che una distorsione della percezione sulla salubrità dei cibi nota come health halo effect (effetto alone di salubrità). 

Ciò si traduce in una diffusa incidenza di sintomi avversi causati non dall’effetto intrinseco delle molecole incriminate, ma bensì dall’aspettativa. Prima di prendere delle posizioni è bene cercare di capire se i cibi o le molecole demonizzate siano oggetto di una campagna denigratoria spinta dai trend contemporanei o dal pensiero diffuso.

Per risolvere qualsiasi dubbio è sufficiente sottoporsi a dei test accurati, che rivelerebbero se l’intolleranza è oggettivamente presente o è solo frutto dell’effetto nocebo, che non essendo una reazione conscia, non può essere facilmente individuata.

È semplicemente controproducente peggiorare il rapporto con il cibo e la salute psico-fisica solo a causa di questi subdoli condizionamenti. L’auto-diagnosi “a sensazione” non è sufficiente, ed esiste una buona probabilità di crearsi un problema che non esiste.

 

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Riferimenti:

  1. Benedetti F. Effetti Placebo e Nocebo. Dalla Fisiologia alla Clinica. Giovanni Fioriti Editore. 2015. pp. 41-47.
  2. Neumann M et al. Why context matters when changing the diet: A narrative review of placebo, nocebo, and psychosocial context effects and implications for outcome research and nutrition counselling. Front Nutr. 2022 Oct 28:9:937065. 
  3. Cabanillas B. Gluten-related disorders: Celiac disease, wheat allergy, and nonceliac gluten sensitivity. Crit Rev Food Sci Nutr. 2020;60(15):2606-2621. 
  4. Jones AL. The gluten-free diet: fad or necessity? Diabetes Spectr. 2017 May; 30(2): 118–123.
  5. Zysk W et a. Role of front-of-package gluten-free product labeling in a pair-matched study in women with and without celiac disease on a gluten-free diet. Nutrients. 2019 Feb 14;11(2). pii: E398.
  6. Diez-Sampedro A et al. A gluten-free diet, not an appropriate choice without a medical diagnosis. J Nutr Metab. 2019 Jul 1;2019:2438934. 
  7. Brouns F et al. Adverse reactions to wheat or wheat components. Compr Rev Food Sci F. 2019 Jul;18(5),1437-1452. 
  8. Dale HF et al. Non-coeliac gluten sensitivity and the spectrum of gluten-related disorders: an updated overview. Nutr Res Rev. 2019 Jun;32(1):28-37. 
  9. Biesiekierski JR et al. Characterization of adults with a self-diagnosis of nonceliac gluten sensitivity. Nutr Clin Pract. 2014 Aug;29(4):504-509.
  10. de Graaf MCG et al. The effect of expectancy versus actual gluten intake on gastrointestinal and extra-intestinal symptoms in non-coeliac gluten sensitivity: a randomised, double-blind, placebo-controlled, international, multicentre study. Lancet Gastroenterol Hepatol. 2024 Feb;9(2):110-123. 
  11. WHO. Guideline: Sugars intake for adults and children. Geneva, Switzerland: WHO. 2015.  
  12. Vuorisalo T et al. High lactose tolerance in North Europeans: a result of migration, not in situ milk consumption. Perspect Biol Med. 2012;55(2):163-74.
  13. Toca MDC et al. Lactose intolerance: myths and facts. An update. Arch Argent Pediatr. 2022 Feb;120(1):59-66.
  14. Nitzko S, Gertheiss LH. Which “free from”-claims are important to which consumers when buying food? A consumer segmentation. Ernahr Umsch. 2023;70(2):20–34.
  15. Hartmann C et al. European consumer healthiness evaluation of ‘Free-from’ labelled food products. Food Qual Prefer. 2018; 68:377–88.
  16. DSM. Mapping the future of lactose-free dairy: Insights and innovations from Finland and beyond. Dutch State Mines (DSM) Global Insight Series. 2016.
  17. Vernia P et al. Diagnosis of lactose intolerance and the “nocebo” effect: the role of negative expectations. Dig Liver Dis. 2010 Sep;42(9):616-9.
  • Lorenzo Pansini

    Lorenzo Pansini è un formatore e divulgatore scientifico specializzato in nutrizione sportiva (ISSN-SNS, Barça Universitas) e biomeccanica applicata all'esercizio per l'ipertrofia. Per 5 anni, ha ricoperto ruoli di referente tecnico senior per l'azienda leader Project inVictus e ha collaborato con altre importanti realtà nazionali del settore. È citato e ospitato in numerose pubblicazioni e riviste di settore ed è autore del testo scientifico Body Comp Nutrition.

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