
Non di rado nella letteratura scientifica è menzionato il termine “intolleranza ai carboidrati” (carbohydrate intolerance), e il trend delle diete low-carb e del gluten-free potrebbe portare molti a credere che esista un fenomeno di intolleranza ai carboidrati intesi come classe generale di nutrienti.
L’articolo approfondisce i vari significati utilizzati nella letteratura scientifica attribuiti all’intolleranza ai carboidrati, evidenziando come condizioni profondamente diverse vengano spesso raggruppate sotto la stessa definizione, con il rischio di generare vari fraintendimenti.
Indice
Intolleranza alimentare

L’intolleranza alimentare è la forma più comune di ipersensibilità alimentare, caratterizzata da risposte non mediate dal sistema immunitario, scatenate da un alimento o da una sua componente a dosi normalmente tollerate. Le reazioni da intolleranza sono più spesso di natura gastrointestinale (mal di stomaco, flatulenza, gonfiore, diarrea) (1,2).
Nello spettro dell’ipersensibilità rientra anche l’allergia alimentare: una reazione immunitaria anomala a una proteina del cibo, che rende l’alimento un allergene per chi ne è affetto. Le reazioni allergiche sono potenzialmente molto più gravi e possono manifestarsi con sintomi respiratori, gastrointestinali, cutanei, cardiovascolari e, nei casi estremi, shock anafilattico e morte (2).
Analizzando più attentamente il significato attribuito a “intolleranza ai carboidrati” nei documenti scientifici, emerge che non la si intende in realtà nel senso letterale, ma è piuttosto un’espressione ambigua utilizzata per descrivere fenomeni anche molto diversi tra loro.
Intolleranza ai carboidrati come disturbo gastrointestinale
Il significato più comune del termine intolleranza ai carboidrati riguarda il malassorbimento di alcuni di essi, in particolare: (3,4)
- Lattosio;
- Fruttosio;
- Alcune fibre solubili: fruttoligosaccaridi (FOS) e galatto-oligosaccaridi (GOS);
Oggi questi carboidrati rientrano nell’ampia classe dei carboidrati fermentabili, meglio noti con l’acronimo FODMAP (oligosaccaridi, disaccaridi, monosaccaridi e polioli fermentabili), che include anche i polioli (come sorbitolo e mannitolo) (4).
Più raramente, l’intolleranza può esistere anche per altri carboidrati che non fanno parte dei FODMAP, come saccarosio, glucosio e altri minori (3,4). Si potrebbe quindi dire che l’intolleranza ai FODMAP rappresenta la forma più comune di intolleranza da malassorbimento dei carboidrati, ma essere intolleranti a uno di essi non implica esserlo a tutti.
Questa forma di intolleranza si manifesta con gonfiore, dolore addominale, flatulenza e diarrea quando la quantità di carboidrati non assorbiti supera la capacità di fermentazione del microbiota intestinale, generando prodotti irritanti per la mucosa intestinale (4).
Si tenga presente l’esistenza del diffuso fenomeno dell’effetto nocebo causato da alcuni cibi o molecole, ben documentato in ricerca per il glutine, ma anche per il lattosio. È quindi possibile che in alcuni casi tali reazioni da intolleranza non siano causate dai carboidrati in sé, ma dalla sola aspettativa.
Per approfondimenti: Effetto nocebo nell’alimentazione: i casi glutine e lattosio.
Intolleranza ai carboidrati come disturbo metabolico

Un significato alternativo attribuito all’intolleranza ai carboidrati è come sinonimo della condizione meglio nota come alterata tolleranza al glucosio (IGT), intolleranza al glucosio o pre-diabete (5,6). Il criterio diagnostico della IGT è l’aumento della glicemia oltre i livelli normali (iperglicemia) dopo pasti ricchi di carboidrati, con valori a 2 ore dal carico orale di glucosio compresi tra ≥140 e <200 mg/dL, inferiori a quelli del diabete di tipo 2 (7,8).
La IGT è un comune sintomo dell’insulinoresistenza: l’insulina non riesce a controllare efficacemente la glicemia perché alcuni tessuti ad essa sensibili sono sordi (resistenti) alla sua azione, ostacolando la captazione del glucosio derivato dai carboidrati ingeriti. Questo si traduce in un eccessivo innalzamento dei livelli glicemici dopo l’assunzione di carboidrati (8).
A differenza delle intolleranze alimentari comunemente intese (1), la IGT non è un disturbo gastrointestinale, bensì metabolico: si manifesta dopo che i carboidrati sono stati digeriti e assorbiti, quando il glucosio da essi derivato entra nella circolazione sistemica.
Proprio per queste differenze, la IGT non richiede l’eliminazione del macronutriente scatenante per essere trattata (che implicherebbe la necessità di seguire diete chetogeniche). Non a caso, le raccomandazioni alimentari per il trattamento della IGT non menzionano la restrizione di carboidrati come priorità, ma soprattutto il miglioramento della qualità nutrizionale, il controllo del carico glicemico e la restrizione calorica (9-11).
Curiosamente, la dieta chetogenica (estrema restrizione cronica dei carboidrati) è una frequente causa di IGT, ma in questo caso risulta in una forma di insulinoresistenza fisiologica o benigna facilmente reversibile proprio reintroducendo i carboidrati (11,12).
Per approfondimenti: Insulinoresistenza fisiologica: la resistenza all’insulina non è solo patologia.
Conclusioni
Quando si parla di “intolleranza ai carboidrati”, ci si può riferire a condizioni profondamente diverse tra loro, accomunate dal fatto che l’assunzione di alcune tipologie di carboidrati provoca effetti avversi (sintomi gastrointestinali o alterazioni glicemiche) che normalmente non si verificano.
In senso stretto, un’intolleranza ai carboidrati intesa come categoria generale non esiste. Sarebbe quindi più corretto identificare ogni disturbo con il suo termine specifico, chiarendo che non si è “inadatti a mangiare carboidrati” nel senso letterale. Infatti, in nessuno di questi casi si richiede di eliminare o ridurre i carboidrati in generale dalla propria alimentazione.
- Se si è intolleranti al lattosio, al fruttosio o ad altri FODMAP, il problema non sono tutti i carboidrati.
- Se si ha difficoltà a regolare la glicemia dopo l’ingestione di carboidrati, non è necessaria la loro eliminazione o restrizione, ma vanno rispettati gli adeguati accorgimenti (qualità, quantità e contesto).
Riferimenti:
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- Salans LB et al. The role of adipose cell size and adipose tissue insulin sensitivity in the carbohydrate intolerance of human obesity. J Clin Invest. 1968 Jan;47(1):153-65.
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