
Da diversi anni avevo notato la crescente moda della Carnivore diet partire da oltre Oceano, ma non credevo che un’alimentazione così estrema riuscisse a diffondersi a livello di massa. Eppure, sarebbe bastata un’accattivante retorica per ciò che anche la più estrema delle diete low carb attecchisse, guadagnandosi un posto nelle diete “di moda” negli anni 2020.
Non c’è dubbio che le diete low carb abbiano dei punti forti per perdere peso, ma nella Carnivore diet l’estremismo è tale che si richiede di chiarire gli effetti e i potenziali rischi. Ho condotto quindi un’indagine originale della ricerca per cercare di fare il punto su questo tipo di alimentazione, e fornire un riferimento puntuale e aggiornato sul web italiano.
Approfitto per promuovere il mio testo Body Comp Nutrition, il riferimento sulla scienza della nutrizione per migliorarare la composizione corporea e il benessere.
La Dieta Carnivora (Carnivore diet) è un tipo di nutrizione contraddistinta dall’evitare qualsiasi cibo di origine vegetale. Questa dieta è salita alla ribalta grazie a diversi autori che hanno contribuito a consolidarne la moda attraverso libri bestseller e social media nella prima metà degli anni 2020.
Con il pretesto di analizzare una dieta di tendenza in questo periodo storico, l’articolo espone i problemi per la salute umana a lungo termine di assumere solo carne, pesce e derivati, senza alcuna fonte vegetale.
Il tema può essere di interesse anche per i bodybuilder, poiché nelle preparazioni agonistiche vecchia scuola era comune la dieta “carne e acqua”, che potrebbe essere molto simile alla moderna Carnivore diet.
Origini

La moda della Carnivore diet è partita dagli Stati Uniti attorno al 2018-19, apparentemente grazie all’iniziale promozione del Chirurgo Ortopedico americano Shawn Baker (1). In origine, Baker promosse questa alimentazione attraverso i suoi canali social (1), per poi pubblicare nel 2019 il libro bestseller The Carnivore Diet (2).
La Carnivore diet descritta dall’autore consiste nel consumo esclusivo di carne, pesce, uova e alcuni prodotti animali e di derivazione animale, eliminando completamente frutta, verdura, cereali, legumi, frutta secca e oli (2).
A seguito della proposta di Baker, altri autori (come Paul Saladino) cavalcarono l’onda pubblicando altri libri “commerciali” a consolidare il trend dilagante, e l’argomento iniziò ad essere discusso crescentemente anche nella ricerca scientifica. Nel corso di poco tempo, la moda si estenderà anche in Europa grazie a una forte spinta mediatica.
La Carnivore diet però affonda le sue radici nei lavori dell’antropologo ed esploratore canadese Vilhjalmur Stefansson, che nei primi del 1900 trascorse diversi anni tra gli Inuit seguendo una dieta esclusivamente carnivora (2). Per supportarne l’efficacia, nel 1929 Stefansson si sottopose a un esperimento scientifico (accennato in seguito), e nel 1946 pubblicò il libro Not by Bread Alone, poi ampliato e rivisitato nel 1956 sotto il più noto titolo The Fat of the Land.
Caratteristiche
La Carvinore diet è essenzialmente una dieta chetogenica iperproteica fortemente restrittiva, perché oltre a eliminare completamente i carboidrati (la chetogenica classica ne prevede fino a 30-50 g/die – 3), elimina completamente anche verdure, semi oleosi (frutta secca) e oli (2), che normalmente ne compongono una parte consistente.
Se la dieta chetogenica impone un livello di carboidrati tale da non interferire con il mantenimento della chetosi fisiologica (una data concentrazione di corpi chetonici nel sangue non patologica) (3), la Carnivore diet aggiunge molti paletti ulteriori, che escludono l’apporto di fibra alimentare e compromettono l’apporto di vari micronutrienti e i fitonutrienti benefici presenti nei cibi vegetali.
Secondo Baker, la tolleranza ai latticini è molto soggettiva e imprevedibile, per cui raccomanda a chi ha problemi di salute di eliminarli per un periodo di prova e, se reintrodotti, di scegliere prodotti semplici, non bovini o fermentati, evitando sempre quelli con additivi (2).
La Carnivore diet si può anche considerare una variante “involuta” della Paleo diet, perché anch’essa si appella alla narrazione fallace (argomento ad naturam) secondo cui il presunto modo di mangiare dell’uomo originario sia una prova automatica e sufficiente della superiorità di una dieta per la nostra specie. L’importante differenza però è che la Paleo diet, pur escludendo amidi (cereali, legumi, tuberi, e farinacei derivati), esclude anche tutti i latticini, mentre prevede e incoraggia il consumo di frutta, verdura, semi oleosi e oli vegetali (4).
La presunta “tossicità” dei vegetali

Uno dei principi cardine della Carnivore diet è la totale esclusione dei cibi vegetali, che si basa sull’effetto antinutriente e sulla loro presunta tossicità (2).
Nella normale alimentazione, gli antinutrienti vengono ridotti attraverso dei processi da sempre utilizzati, banalmente cottura, ammollo, macinazione, decorticazione, tostatura, germinazione e fermentazione (5-7). Inoltre, il “problema” degli antinutrienti viene scorrettamente valutato sulla base del loro impatto isolato, ma alcuni possono risultare terapeutici, e i vegetali contengono anche molti composti antagonisti (6). Gli antinutrienti sono giudicati un problema concreto solo se si assumono molti vegetali crudi o non sottoposti ad altri dei processi citati (7).
La questione della tossicità può essere messa in discussione in maniera più ampia analizzando gli esiti della ricerca sul consumo di frutta, verdura e fibre su longevità, malattie cardiovascolari, diabete tipo 2, cancro, e mortalità per tutte le cause (8-12). Esiste una grande coerenza tra le numerose review sistematiche e meta-analisi recenti sui benefici citati (di cui sono segnalate solo alcune). Anche nel caso esistesse una presunta tossicità, evidentemente essa sarebbe totalmente sopraffatta dagli effetti positivi a lungo termine solidamente dimostrati in ricerca.
Il caso della popolazione Inuit

I promotori della Carnivore diet menzionano spesso la popolazione Inuit come prova dei suoi benefici. Inoltre, si citano anche delle famose spedizioni artiche dell’antropologo canadese di Harvard Vilhjalmur Stefansson, che tra gli anni 1900 e 1920 convisse in diverse occasioni per lunghi periodi con le popolazioni indigene Inuit dell’Artico seguendo una dieta carnivora (2,13).
Nel 1928, Stefansson si sottopose a un famoso studio clinico di un anno condotto in parte presso il Bellevue Hospital di New York assieme al suo assistente, Karsten Andersen (14-16), per dimostrare la salubrità della dieta carnivora. Questa comprendeva una improbabile varietà di carni (manzo, agnello, vitello, maiale, pollo e pancetta) e frattaglie (grasso, fegato, reni, midollo osseo e cervello).
Dopo i 12 mesi non si rilevarono chiari segni di deterioramento psico-fisico, se non un possibile (sebbene discusso) bilancio del calcio negativo (15). Lo studio però non dimostrò la “superiorità” della dieta carnivora rispetto ad altre diete, e gli effetti sulla salute vennero stabiliti con le limitate conoscenze e tecnologie dell’epoca: gran parte dei parametri di salute (outcome intermedi), come il profilo lipidico e microbico, o il calcio coronarico, neppure esistevano. Inoltre, un “campione” di soli 2 soggetti per un solo anno non avrebbe potuto permettere di capire alcunché sugli effetti a lungo termine di questa alimentazione per l’essere umano.
Spesso si asserisce che gli Inuit non soffrivano di malattie tipiche delle popolazioni occidentali come cardiopatie e cancro. Non si considera che in passato queste popolazioni non avevano accesso a strumenti diagnostici moderni, autopsie o screening, quindi molte malattie passavano spesso inosservate, e molti morivano prima che queste avessero il tempo di manifestarsi. Inoltre, l’incidenza di queste malattie è influenzata da diversi altri fattori ambientali che possono differire notevolmente con le popolazioni occidentali e industrializzate, e che avrebbero confuso gli esiti.
Per contro, oggi la mortalità per malattie cardiovascolari nelle donne Inuit è superiore a quella delle controparti non indigene (pur includendo ancora molti cibi tradizionali) (17), e l’aspettativa di vita degli Inuit canadesi (70 anni per gli uomini e 76 per le donne) è significativamente più bassa rispetto a quella dei non indigeni (rispettivamente 81 e 87 anni) (18).
Restrizione calorica spontanea
Una caratteristica fondamentale della Carnivore diet, come di tutte le diete chetogeniche (19,20), ma anche della Paleo diet (21), è quella di portare a una restrizione calorica spontanea (ad libitum), ovvero, senza che venga autoimposta deliberatamente, e quindi senza la necessità di contare le calorie.
Questo è causato da una combinazione di vari fattori:
- La forte o totale restrizione di carboidrati impone una restrizione calorica non compensabile dai grassi, dato che dovrebbero essere assunti ogni giorno in quantità enormi (>170-230 g/die) (22).
- La dieta iperproteica (la dieta chetogenica di solito lo è) causa notoriamente un forte effetto di soppressione dell’appetito per vari meccanismi (23,24).
- I corpi chetonici hanno a loro volta un noto effetto intrinseco di soppressione dell’appetito (3).
- La monotonia della dieta, molto probabile nella Carnivore diet, può comportare una riduzione spontanea dell’apporto calorico (25).
La conseguenza è che chi inizia una Carnivore diet (o le altre diete citate) riscontra un dimagrimento lineare causato dalla forte restrizione calorica cronica spontanea. Tutto ciò è incentivato dalla rapida perdita di acqua iniziale tipica della dieta chetogenica, dovuta alla deplezione del glicogeno e di elettroliti come il sodio, che riducono stabilmente l’acqua corporea totale (26).
Inoltre, è noto che la restrizione calorica migliora i parametri di salute come la sensibilità insulinica e il profilo lipidico, indipendente dal tipo di dieta (27), sebbene nella Carnivore diet diversi parametri al contempo peggiorano, come si vedrà in seguito.
In altre parole, fintanto che si segue una Carnivore diet, si riduce molto l’apporto calorico riducendo il grasso corporeo o mantenendolo ridotto, e si migliorano diversi parametri di salute. Questo può portare gli inesperti a interpretare tali effetti come “speciale” peculiarità del “mangiare come l’uomo delle caverne”, ma scientificamente è spiegato dai vari fattori descritti. Il grado di restrizione calorica è quindi variabile, ma per molti può essere almeno temporaneamente severo.
Nota: Essendo che gli autori promuovono il consumo di molti alimenti grassi, è possibile che alcune persone assumano, anche deliberatamente, una quantità lipidica abituale più alta della media, ma rimarrebbe nella maggior parte dei casi insufficiente per annullare il deficit calorico in cronico.
I problemi della Carnivore diet
Eliminazione di frutta, verdura e fibre
Come detto, l’apporto di frutta e verdura (e quindi fibre) permette di ottenere i più disparati benefici su salute a lungo termine, prevenzione di malattie, e longevità (8-12). Oltre ai benefici di frutta e verdura, anche le evidenze sulla fibra (presente anche negli amidi integrali quali cereali e legumi) mostrano simili esiti (28-31). Degna di nota è la produzione di acidi grassi a catena corta (SCFA, come il butirrato) da parte del microbiota, che ha una miriade di benefici per la salute (32,33).
A questo si aggiungono vari fitonutrienti (polifenoli, carotenoidi, tannini, ecc), con un impatto positivo su stress ossidativo, infiammazione, immunità e microbiota (33). Inoltre, la fibra alimentare favorisce la regolarità intestinale e aiuta a trattare la costipazione, e può migliorare il profilo lipidico, glicemico e microbico (31-33). Benché la sazietà di solito non sia un problema della Carnivore diet e di tutte le diete chetogeniche, la fibra ha un effetto intrinseco anche su questo aspetto (32,33).
Naturalmente, trattandosi di evidenze a lungo termine, i benefici non sempre sarebbero visibili entro brevi archi di tempo (come mesi o 1-2 anni), specie nel caso di condizioni patologiche che richiedono anni per svilupparsi (malattie cardiometaboliche, cancro), a maggior ragione per la longevità. Queste sono delle motivazioni più che sufficienti per convincere sui grandi vantaggi di assumere fonti di fibre quali frutta, verdura, e carboidrati integrali.
Carenza di micronutrienti

La carenza di micronutrienti è uno dei problemi più menzionati della Carnivore diet (33-36), una logica conseguenza della diete molto restrittive. Alcuni promotori fanno presente che la maggior parte dei micronutrienti necessari sarebbero più disponibili e biodisponibili da fonti animali o di derivazione rispetto ai vegetali, ad eccezione delle carenze di calcio e vitamina C (13), a cui però, secondo altri, si aggiungerebbero vitamina B1 (tiamina), magnesio, e, in alcuni casi ferro, vitamina B9 (folato), iodio e potassio (34).
Poiché gli antinutrienti (come la fibra e i fitati) limitano l’assorbimento di diversi micronutrienti, alcuni ipotizzano che la loro eliminazione potrebbe ridurne i fabbisogni; si consideri però che i fitati (molto presenti in cereali e legumi) vengono ridotti con la cottura o altri trattamenti (5-7). Si ipotizza anche che gli adattamenti della dieta chetogenica possano ridurre le richieste di alcuni micronutrienti come iodio e vitamina C, o aumentare la produzione endogena di folato (vitamina B9) (13,33).
Essendo la vitamina C presente in frutta e verdura, con la Carnivore diet verrebbe quasi completamente eliminata dalla dieta causando lo scorbuto, malattia generata da una sua carenza (36); eppure, diverse documentazioni e studi classici suggeriscono l’assenza di questa malattia con diete carnivore (13,35). Sebbene la carenza di micronutrienti sarebbe, secondo alcuni, sopravvalutata, ciò comunque non esclude il probabile problema.
Rimane vero infatti che l’apporto di diversi di essi si riduce, e che comunque, vari micronutrienti sono presenti in tagli particolari o fonti più rare, come frattaglie, molluschi, brodo d’ossa, o parmigiano (13,33-36), che dovrebbero essere assunte regolarmente. Inoltre, la restrizione calorica (praticamente sempre presente nella Carnivore diet) tende a causare di per sé carenze micronutrizionali (37); non a caso, in un’indagine su oltre 2000 soggetti che la seguiva, il 63% dichiarava di assumere multivitaminici (35) (contraddicendo il principio di evitare fonti “artificiali”).
Peggioramento dei parametri cardiovascolari
Una questione ben nota in ricerca, è che la dieta chetogenica peggiora il profilo lipidico, in particolare aumenta i livelli di colesterolo LDL (LDL-C) e apolipoproteina B (ApoB) (38,39), tra i più importanti marker lipoproteici del rischio cardiovascolare (40).
Non a caso, anche la Carnivore diet nello specifico ha mostrato peggioramenti del LDL-C (l’ApoB non è stato misurato) (35,41,42). Uno di questi studi ha osservato anche un peggioramento del calcio coronarico (CAC) (35), un altro importante marker del rischio cardiovascolare.
Il peggioramento indotto dalla Carnivore diet potrebbe essere ulteriore rispetto alla normale dieta chetogenica, poiché si prevede una combinazione di fattori che aggravano questa condizione. In questa alimentazione si promuove un elevato consumo di fonti di grassi saturi quali carne grassa e burro (2), che hanno un effetto pro-aterogeno (al contrario di altre fonti di grassi saturi) (43), e che in una normale dieta chetogenica possono essere limitati o evitati.
L’apporto di frutta, verdura, e fonti di fibra in generale, riducono notoriamente l’LDL-C e complessivamente il rischio cardiovascolare (8,11,28,29,32), quindi eliminare completamente queste fonti impedirebbe di ottenere tali vantaggi protettivi, specie in sinergia con i fattori appena menzionati. Naturalmente, gli effetti della Carnivore diet sugli esiti finali (malattie o eventi cardiovascolari) sarebbero visibili dopo molti anni e quindi non rilevati da studi relativamente brevi su campioni ridotti, ma gli esiti intermedi (come LDL-C, ApoB e CAC) hanno comunque un grande peso come marker predittori.
Peggioramento del microbiota intestinale
Un altro problema della Carnivore diet spesso menzionato è l’impatto negativo sul profilo del microbiota intestinale (33,34,36,44). L’assenza di fibre e polifenoli riduce la diversità microbica intestinale e la produzione di acidi grassi a catena corta (SCFA) generati dalla fermentazione della fibra, completamente eliminata da questa alimentazione (33,36).
Del resto, la ricerca sulla dieta chetogenica osserva un peggioramento del profilo microbico: riduzione persistente di Bifidobacterium, e possibilmente del produttore di butirrato (un SCFA) Firmicutes, perlomeno nel breve termine (45). Nonostante nella normale dieta chetogenica non venga eliminata totalmente la fibra, si osserva comunque una riduzione di SCFA fecali (specie acetato e butirrato) (45).
La Carnivore diet peggiorerebbe più chiaramente la condizione, poiché elimina tutte le fonti vegetali con un impatto positivo sul microbiota, in primis le fonti di fibra, ma anche semi oleosi (46), oli vegetali (47), e i fitocomposti in essi contenuti (33). Inoltre, anche se non tutte le evidenze controllate lo confermano, l’alto apporto di grassi saturi può peggiorare il profilo microbico riducendone ricchezza e diversità (48,49). Nella dieta onnivora, tutt’ora non è chiaro se il consumo di carne peggiori il profilo microbico (50), ma nella Carnivore diet le implicazioni potrebbero essere diverse. Alcuni hanno ipotizzato che anche la monotonia possa ridurre la diversità del microbiota, e quindi peggiorare il profilo microbico (51).
D’altro canto, alcuni ipotizzano che nelle diete chetogeniche la produzione del chetone β-idrossibutirrato potrebbe mitigare la carenza di butirrato (34), e un caso di studio su un uomo giovane osserva come la Carnivore diet non comprometta ricchezza, diversità e funzionalità del microbiota intestinale in 4 anni (52). Le evidenze specifiche sono carenti, e sebbene il microbiota possa ben adattarsi a un tale tipo di alimentazione, perlomeno in alcuni ed entro certi limiti, vari indizi suggeriscono almeno una tendenza al peggioramento relativo del suo equilibrio.
Effetto acidogeno
Un problema della Carnivore diet meno trattato, ma non meno importante, è quello del suo potenziale effetto acidogeno, che richiede un maggiore impegno metabolico per mantenere il pH (la concentrazione di acido, ovvero ioni idrogeno) in equilibrio.
L’alto apporto di proteine animali aumenta l’acido urico e l’acidità generale; frutta e verdura hanno invece un impatto alcalino tramite l’apporto di alcuni minerali (specie il potassio); l’eventuale alto apporto di sale (cloruro di sodio) può enfatizzare l’acidosi metabolica, specie in carenza di potassio (44,53,54), che nella Carnivore diet può essere limitato (34).
Alcuni “difensori” avanzano una controipotesi. Nella dieta chetogenica, la generazione di chetoni si adatterebbe ai carichi acidi o alcalini dei cibi, rendendo forse superfluo il carico alcalino delle verdure. La verdura potrebbe avere invece un effetto acidogeno, poiché la detossificazione dei suoi composti secondari richiede la produzione di acidi organici. Le proteine alimentari fornirebbero bicarbonato come tampone, come osservato in alcuni animali (13). Tali argomenti risultano però congetture prive di conferme umane.
Nel soggetto sano la dieta chetogenica mantiene il pH inalterato, a differenza della chetoacidosi diabetica, in cui i livelli di chetoni nel sangue molto superiori causano uno stato di acidosi (3). Tuttavia, nella Carnivore diet le acidogene proteine sono elevate e i cibi alcalini limitati; inoltre, anche se il pH è in equilibrio, i sistemi tampone vengono messi maggiormente alla prova, ancora più se in combinazione con l’eventuale esercizio anaerobico (54-56).
Un caso di studio sulla Carnivore diet su un uomo anziano ha registrato lo sviluppo di calcoli renali, mettendo in guardia da questi rischi connessi con l’effetto acidogeno (44). Una tale alimentazione può predisporre a questo problema dalla sinergia tra vari fattori: alto apporto di proteine animali, assenza di frutta, verdura e fibre, possibili eccesso di sale e scarsità di fonti di calcio e ossalati (44,54). La dieta chetogenica a lungo termine infatti aumenta il rischio di calcoli renali, che aumenterebbe ulteriormente nella condizione tipica della Carnivore diet (44,54).
Malattie autoimmuni e intestinali croniche
I promotori sostengono che la Carnivore diet sia ideale per il trattamento di disturbi gastrointestinali, diverse malattie autoimmuni (come psoriasi e rosacea), e in particolare malattie intestinali croniche (IBD, come colite ulcerosa e morbo di Crohn), causate ad esempio da fibre, lectine, ossalati e fitati (33,42). La questione è stata quindi valutata seriamente e con una certa apertura anche in ricerca (33,41,42).
Diversi aneddoti riportano dei miglioramenti, cosa confermata da un’indagine su 2000 soggetti che seguivano la Carnivore diet, metà dei quali l’hanno scelta proprio per risolvere tali disturbi (35). Alcuni piccoli studi osservazionali e casi di studio riportano miglioramenti o remissione di colite ulcerosa, morbo di Crohn, o malattie autoimmuni (35,41,42), ma diverse limitazioni impediscono di comprenderne le probabilità di successo.
Infatti, possono esistere altrettanti aneddoti su effetti avversi (33), che però non traspaiono a causa del bias di selezione/sopravvivenza (35,42), che porta a mettere in risalto solo i casi di successo ignorando la proporzione sugli insuccessi. Altri scienziati infatti concludono che pur avendo la Carnivore diet un potenziale promettente per le malattie autoimmuni, può esporre anche a gravi rischi, sottolineando la necessità di ulteriori ricerche per determinarne l’efficacia (33).
I problemi logici che emergono da tali questioni sono molteplici. Innanzitutto, che un tipo di alimentazione restrittiva sia necessaria per trattare una condizione patologica non implica che sia altrettanto adatta a chi non presenta tale condizione; i promotori tendono però a far passare il messaggio che se è utile per IBD e malattie autoimmuni, allora è ottimale in generale (fallacia della falsa analogia). Del resto, la dieta chetogenica è una nota terapia per varie malattie neurologiche (epilessia, Parkinson, Alzheimer) (3), ma ciò implica che sia ideale per i sani.
Infine, non è scontato che per trattare certe condizioni sia necessario eliminare tutti gli alimenti banditi dalla Carnivore diet, quando solo alcuni di essi sarebbero problematici. Ad esempio, in alcuni studi anche la normale dieta chetogenica poteva migliorare i sintomi (42), e sarebbe sufficiente eliminare solo i composti realmente problematici – come i FODMAP, il glutine, o alcuni antinutrienti, a seconda del caso – senza la necessità di una tale estrema eliminazione.
Ciò permette di capire che la causa del miglioramento non è il “mangiare come l’uomo delle caverne” o “mangiare naturale”, ma è semplicemente che eliminando un’enorme quantità di cibi e composti, tra i vari vengono esclusi anche quelli problematici, ma anche molti con effetto benefico o neutro. La questione è importante considerando i peggioramenti di diversi parametri sopra trattati con questa alimentazione, tra cui soprattutto il profilo lipidico (35,41,42).
Efficacia a breve-medio termine

Come detto, poiché la Carnivore diet implica praticamente sempre restrizione calorica e riduzione stabile dell’acqua corporea totale, le perdite di peso e grasso sono scontate. Questo garantisce un importante appagamento, enfatizzato dall’accattivante narrazione sulla “alimentazione originaria”, e da una serie di tipici fenomeni psicologici e illusioni associati alle diete quali l’”effetto della dieta precedente”, l’effetto placebo, e l’identificazione alimentare.
La combinazione di questi fattori può portare molti a mantenere l’aderenza alimentare per periodi relativamente lunghi grazie a un attaccamento emotivo, specie in coloro che per la prima volta sono riusciti finalmente a controllare o estinguere malattie autoimmuni o intestinali croniche, o a mantenere un peso ridotto.
D’altra parte, è probabile che il grado di adesione per gran parte delle persone vada scemando dopo diversi mesi, come osservato da tempo per le diete chetogeniche (57,58), di cui la Carnivore diet fa parte. Del resto, l’adesione alla dieta low carb-chetogenica e la perdita di peso non risultano neppure superiori alla dieta low fat a distanza di almeno un anno (59). Esistono casi di adesione alla Carnivore diet a lunghissimo termine (specie per chi tratta patologie) (42), ma spesso viene riportato anche il consumo di alimenti che non sarebbero “consentiti” dai suoi dettami (35,41).
La Carnivore diet si aggiungerebbe così a quella serie di tattiche alimentari a breve termine per perdere molto peso in breve tempo mangiando ad libitum, per poi essere abbandonate più o meno gradualmente, non appena ci si stufa dell’estrema rigidità, incompatibile con la vita sociale. In questo senso, non sarebbe niente di diverso da tante precedenti diete popolari fortemente ristrette in carboidrati. Ciò permetterebbe anche di attenuare, in maniera inosservata, i possibili effetti deleteri più gravi che tale alimentazione potrebbe causare se seguita fedelmente nel lunghissimo termine.
Conclusioni

La Carnivore diet è essenzialmente una dieta chetogenica più estrema delle forme tradizionali, in cui l’eliminazione di diversi alimenti vegetali, normalmente previsti e suggeriti in questo tipo di alimentazione, non trova una valida giustificazione, se non per patologie specifiche.
Inoltre, la Carnivore diet non impone dei paletti su base scientifica, razionale e individualizzata, ma su base emotiva, appellandosi alla retorica fallace secondo cui il modo di mangiare dell’era pre-agricola e pre-industriale è automaticamente migliore o ottimale per l’uomo. Sebbene questa narrazione ad naturam sia condivisa con la Paleo dieta, si distingue per undue principi in antitesi, ovvero evitare tutto ciò che ha origine vegetale (frutta, verdura, semi oleosi, oli), e potersi concedere almeno qualche latticino.
I problemi della Carnivore diet sono molteplici, e riguardano la carenza di fibre, fitonutrienti e alcuni micronutrienti, il peggioramento di diversi parametri cardiovascolari, il peggioramento del profilo microbico e della salute intestinale, e un marcato effetto acidogeno causato dal rapporto sfavorevole tra cibi alcalini e acidi.
La Carnivore diet si è rivelata un possibile approccio per il trattamento fino alla remissione di alcune malattie autoimmuni e intestinali croniche, ma ancora non è noto il grado di efficacia, dati i limiti della ricerca attuale, e l’esistenza di casi di insuccesso. Inoltre, non è detto che l’estrema eliminazione imposta da questa alimentazione sia necessaria per il trattamento di tali condizioni.
Per gran parte delle persone, la Carnivore diet si rivela molto probabilmente uno dei tanti approcci low carb “di moda” come ne sono esistiti molti altri in passato, con delle carateristiche però particolarmente estreme. Per gran parte delle persone, l’approccio verrebbe seguito con iniziale entusiasmo per poi essere abbandonato gradualmente, non appena ci si stufa dell’estrema rigidità, incompatibile con la vita sociale. Questa aderenza limitata nel tempo permetterebbe a molti di evitare gli effetti avversi più gravi che tale alimentazione potrebbe causare nel lunghissimo termine.
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